sabato 5 ottobre 2013

Mikhail Baryshnikov - La banalità della danza

Alzi la mano chi, fotografo, non si è mai cimentato con la tecnica del“mosso”. Una scorciatoia spesso praticata alla ricerca di una facile “artisticità”. A volte un espediente perfettamente in linea con il concetto che si vuole esprimere.  Il fotodinamismo futurista di Bragaglia è una citazione quasi necessaria. Negli anni l’uso e l’abuso di questo effetto è rimasto ben documentato negli archivi e nei cassetti di tanti fotoamatori, ma anche di tanti fotografi con maggiori velleità artistiche. Uno dei campi di applicazione più battuti è quello della danza.  Una palestra per tanti adepti dell’arte fotografica. Scie luminose contrapposte al buio del teatro, colori sfumati e forme astratte dipinte dalla luce.  Tranne rare eccezioni, un vero orrore per gli occhi. “Dance this way” è il titolo dell’ennesima mostra fotografica sulla danza e sul movimento. La particolarità è che le immagini sono state realizzate dal famosissimo ex ballerino Mikhail Baryshnikov. Basta questo per rendere questi scatti meno noiosi e scontati della altre centinaia di migliaia già visti? Se l’autore delle foto non fosse stato l’ex stella del Bolshoi,  la Galleria Contini di Venezia gli avrebbe ugualmente dato spazio ? Vendere delle opere realizzate da un personaggio famoso in tutto il mondo è senza dubbio più facile che cercare di proporre il lavoro di qualche artista emergente o sconosciuto. Ma è questo che ci aspettiamo facciano le gallerie, gli addetti ai lavori ? Se la funzione del sistema arte contemporanea è solo questa, consiglio di regalare ad attori, calciatori e veline una macchina fotografica o dei  pennelli e una tavolozza. Potrebbe essere una buona mossa in vista della  prossima mostra e delle prossime vendite a collezionisti sprovveduti.

lunedì 23 settembre 2013

Madre migrante - Dorothea Lange

Chissà se John Steinbeck ha mai conosciuto Dorothea Lange? Ho recentemente riletto “Furore”, il romanzo considerato uno dei testi sacri della letteratura americana. Pubblicato nel 1939, il libro racconta la storia della famiglia Joad costretta, a causa della grande depressione del 1929, a migrare verso l’ovest, dall’Oklaoma alla California in cerca di migliori condizioni di vita. Un’epopea comune a moltissime famiglie che, per sopravvivere, lasciarono le loro povere case e il loro lavoro nei campi. Ieri i contadini migranti raccontati da Steinbeck, oggi le carrette del mare e il loro carico disperazione. La storia non cambia, solo variazioni sul tema. Volti,  luoghi, miseria che negli anni che vanno dal ‘35 al ‘39 sono stati documentati dalla fotografa Dorothea Lange. Incaricata dall’agenzia governativa FSA (Farm Security Administration), percorse in lungo e in largo le strade e gli accampamenti dei migranti, restituendoci, grazie alle  sue immagini, il quadro fedele di un dramma umanitario consumato nella terra del grande sogno americano. “Madre migrante” è probabilmente l’opera più famosa della fotografa. Una vera e propria icona. La rappresentazione simbolica del dolore e della dignità, che solo una madre con i suoi bambini può incarnare. La foto ritrae una donna di 32 anni, madre di sette figli, una delle tante donne con bambini al seguito, coinvolte in questa grande migrazione. Nel volto e nello sguardo della protagonista, si concentra la sofferenza e la tragedia. Un viso scavato dalla fame e dalle mille prove al quale è stato sottoposto. Due dei tre  bambini si nascondono dietro di lei, ultimo baluardo prima dell’abisso. Gli occhi della donna riescono ancora a guardare lontano, in un lampo di fierezza, sembrano farci intravedere una via d’uscita, una possibilità di riscatto. Un’ultima occasione per affermare il diritto ad una vita migliore, per lei, per i suoi figli. Per il bambino che porta in braccio, il cui volto quasi interamente coperto, ci risparmia la vista di ciò che non vorremmo mai vedere. Dal punto di vista compositivo la foto è divisa in tre fasce verticali con al centro la madre. Il braccio e la mano lievemente appoggiata al mento rafforzano la verticalità e fanno convergere lo sguardo dell’osservatore sulla donna e sui suoi occhi. L’immagine è per lo più occupata dalle figure umane. Lo sfondo lascia solo intuire l’interno di una tenda. Commentando questa immagine Dorothea Lange disse: “Appena la vidi mi avvicinai a lei, come attratta da una calamita. Non ricordo come riuscii a spiegarle la mia presenza, o la mia macchina fotografica, ma ricordo che non mi fece domande. Scattai le foto, avvicinandomi sempre di più dalla stessa direzione. Non le chiesi né il suo nome né la sua storia”.

domenica 8 settembre 2013

Miles Aldridge - arte o marketing ?

Sempre più spesso il confine tra fotografia commerciale e arte contemporanea viene superato. Fotografi che si occupano ad alto livello di pubblicità e moda vengono accolti in gallerie e musei e si guadagnano un posto di primo piano nel mondo della cosiddetta fotografia d’arte. Un abile riposizionamento frutto di un’attenta strategia di marketing o l’inevitabile risultato della spettacolarizzazione dell’arte ?  La risposta non è così scontata e richiederebbe un approfondimento sulle singole figure artistiche oggetto di questa evoluzione. Il fotografo di moda diviene sempre più spesso una star da museo. E’ il caso ad esempio del fotografo britannico Miles Aldridge che irrompe, con le sue immagini patinate e ipercolorate  alla National Gallery di Londra. Un fotografo  eccentrico, autore tra l’altro, delle immagini del calendario Lavazza 2010. Collabora stabilmente con le più note riviste di moda e ha lavorato per famosi  stilisti fra cui Armani, Lagerfeld  e Yves Saint Laurent. Il suo stile pop e trasgressivo è protagonista della mostra “I only want you to love me” che è possibile visitare fino al 29 settembre a Londra, alla Somerset  House.  



mercoledì 21 agosto 2013

Le scritture di Shirin Neshat


Nelle opere fotografiche di Shirin Neshat appaiono spesso frasi in lingua farsi. Sovrascritture su volti e  corpi di donne che chiamano in causa il complesso rapporto con l’islam, il sacro, la realtà e la magia. Leone d’Oro alla Biennale del 1999, l’artista iraniana, è ormai entrata a pieno diritto tra gli autori contemporanei  consacrati in musei e case d’aste. Un percorso per certi versi parallelo tra valorizzazione del percorso artistico e successo commerciale. Se per lavori di piccole formato è sufficiente un investimento relativamente contenuto, compreso tra i 30 e i 50 mila euro, diverso è il 
discorso per le opere di grande formato. Il record d’asta, stabilito da Christie’s Dubai per l’opera “Whispers” realizzata nel 1997, è di 171 mila euro.  Oltre ad utilizzare il mezzo fotografico, Shirin Neshat realizza video e nel 2009, con il suo primo lungometraggio “Donne senza uomini” ha vinto il Leone d’Argento al Festival di Venezia.

giovedì 18 luglio 2013

Amazon: libri, scarpe, pentole a pressione e arte

All’inizio furono i libri, seguiti da ogni altro genere di merce. Ora Amazon ha deciso di entrare anche nel mercato dell’arte. Il gigante dell’ecommerce sembra stia contattando alcune gallerie interessate a collaborare per lo sviluppo di questo nuovo marketplace online. Una nuova piattaforma messa a disposizione dal team di Jeff Bezos per sbarcare in questo ulteriore segmento di mercato. Il modello di business dovrebbe prevedere la sola vendita a prezzo fisso. Non è prevista la modalità asta online che da qualche mese viene invece utilizzata da Christie's.  Un’operazione, quella messa in campo da Amazon, delicata e non priva di incognite. Acquistare un’opera d’arte, una fotografia o un quadro, senza averla vista di persona, sembra essere ancora un problema per molti collezionisti e appassionati di arte. In Italia, anche se l’iniziativa è passata quasi inosservata, Mondadori ha iniziato a proporre delle fotografie fineart attraverso il suo sito http://www.inmondadori.it/regali/foto-artistiche/  .  Le foto degli autori  sono vendute in tiratura aperta, stampate su carta Canson Infinity e certificate secondo la norma ISO 9706. Per il momento sono proposte solo alcune opere di Angelo Cozzi, Mario De Biasi e Giorgio Lotti.

lunedì 8 luglio 2013

Visioni omologate

“Uniformazione, riduzione a un determinato modello, con appiattimento delle differenze e delle peculiarità prima esistenti”. Questa è la definizione che si
può trovare su un comune vocabolario per il termine omologazione. Ed è proprio questo quello che emerge osservando le opere fotografiche della mostra “THE SUMMER SHOW 2013 Commencement” che conclude la stagione espositiva della Fondazione Fotografia di Modena. Vengono esposte, fino al 14 luglio, le opere degli studenti del master biennale in fotografia contemporanea.  Osservando queste immagini si ha quasi l’impressione che l’unica aspirazione di questi “fotografi contemporanei” sia l’omologarsi alla contemporaneità, a ciò che il mercato del contemporaneo esige, generando l’ennesimo sovraffollamento di immagini stereotipate. Imitare la tendenza, fotocopiare autori affermati. D’accordo, tutto è già stato fatto, tutto è stato visto, possiamo solo apportare delle variazioni sul tema, ma annullare la propria personalità,la propria sensibilità, con fare scientifico, frequentando un master per ben due anni, mi sembra troppo. Sicuramente il biennio di studio sarà riuscito a trasmettere le informazioni, le conoscenze tecniche e pratiche per presentarsi con il proprio lavoro al cospetto di galleristi distratti ma, almeno vedendo i risultati, non ha raggiunto l’obiettivo di sviluppare una visione personale, originale e in grado di generare una nuova contemporaneità.
http://www.fondazionefotografia.org/it/exhibition/summer-show-2013/

martedì 18 giugno 2013

Shirin Neshat a Photoespaña

Avete in programma un viaggio in Spagna? Fino al 28 luglio, è possibile visitare Photo España. Quest’anno il festival di fotografia e arti visive, è dedicato al corpo umano e alle sue rappresentazioni. 328 artisti di 42 nazioni espongono le loro opere a Madrid, Cuenca,  Alcalá de Henares,  Alcobendas,  Lanzarote e  Zaragoza. Fuori dai confini iberici, il festival estende le sue mostre anche a Parigi, Berlino e Praga. Nella sezione ufficiale, particolarmente interessante, l’esposizione dell’artista iraniana Shirin Neshat allo spazio Fondazione Telefonica di Madrid. Sono opere quelle di Shirin Neshat nelle quali il corpo riveste una particolare importanza e che rivolgono l’attenzione alla condizione delle donne musulmane. Mani e volti di donne ricoperti di scritte,  di citazioni in farsi da poetesse come Forough Farokhzad e Tahereh Saffarzadeh. Il codice della scrittura si fonde, nelle immagini di Neshat, con quello visivo,  quasi a generare un inedito linguaggio composito. Dal 1974 Shirin Neshat vive e lavora negli Stati Uniti. Nel marzo scorso, una sua stampa del 1999 ai Sali d’argento di 25x33 cm. è stata battuta all’asta da Phillips a Londra per 16.300 euro.