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martedì 8 marzo 2016

Dadaismo e fotografia

Nasceva a Zurigo, cento anni fa’, uno dei movimenti più innovativi e originali della storia dell’arte: il dadaismo. Nel pieno del primo conflitto mondiale, nel leggendario Cabaret Voltaire, Tristan Tzara fondava una delle avanguardie più innovative del  primo novecento. Quella che probabilmente più di ogni altra utilizzò il mezzo fotografico per interpretare la vita. E se la vita per Tzara poteva sostituire l’arte, allora la fotografia era espressione artistica allo stato puro, forse lo strumento più adatto all’estetica dadaista.

John Heartfield, Raul Hausmann e Hannah Hoch sono alcuni degli artisti, che  all’interno del dadaismo hanno utilizzato le tecniche del fotomontaggio e del collage. Spesso al servizio della satira politica, i fotomontaggi di Heartfield accostavano immagini molto diverse, incuranti della prospettiva o del rispetto delle proporzioni. Di se stesso affermava: “il pittore dipinge con i colori, io dipingo con le fotografie”. Fu uno degli artisti più politicizzati del movimento. Le sue opere, trovavano nei giornali dell’epoca, più che nei circuiti artistici, la loro naturale destinazione. Frammenti prelevati dalla stampa ritornavano così alla loro origine dopo un processo di risignificazione. 

Diverso l’approccio di Hannah Hoch che integrava i fotomontaggi con interventi di pittura e inserimento di altri materiali. Un’interprete raffinata del movimento, tra le prime ad intuire le potenzialità evocative di questo mezzo espressivo. Grazie al suo lavoro in una casa editrice, reperiva con grande facilità le immagini da quotidiani, riviste popolari e di moda. Con le sue opere dai toni più intimi e delicati, paragonati a quelle di Heartfield e Hausmann, affrontava temi anche lontani dalla poetica del movimento, come la condizione della donna nella Germania dell’epoca.


Con la sperimentazione, il collage e il fotomontaggio il dadaismo contribuì a rivoluzionare il concetto stesso di arte che arriverà alle estreme conseguenze con il concettualismo degli anni sessanta e settanta. Un contributo fondamentale al cammino della fotografia e alla sua legittimazione nell’arte contemporanea.

lunedì 18 gennaio 2016

Artisti fotografi e fotografi artisti - Duane Michals



A partire dagli anni sessanta del novecento diviene centrale la dimensione mentale dell’opera d’arte. Si assiste alla scomparsa dell’oggetto fisico dalla rappresentazione, riprendendo il processo di autonomizzazione dell’arte già avviato dalle avanguardie dei primi del novecento. Il concetto, il significato segnano la loro superiorità nei confronti del significante, dell’oggetto rappresentato.


Duane Michals scatta le sue prime fotografie nel 1958 durante un viaggio a Mosca. Negli anni successivi collabora con riviste di moda e di attualità, affiancando alla sua attività professionale quella di ricerca personale e individuazione di nuove modalità espressive. Non crede nella possibilità della fotografia di rappresentare la realtà e la utilizza per visualizzare il suo universo inconcreto ed esistenziale, fatto di sogni, fantasie e desideri. All’inizio degli anni sessanta realizza una serie di ritratti di René Magritte, con i quali riesce a cogliere l’essenza del mondo rappresentato dall’artista surrealista.

La singola immagine diviene, per il fotografo statunitense, uno spazio angusto per delineare idee e concetti assolutamente personali. Inizia così ad utilizzare le sequenze, vere e proprie storie fotografiche composte da tre fino a quindici foto.

“Non ero soddisfatto del fotogramma, perché non potevo mai deviarlo verso un messaggio più ampio. In una sequenza la somma delle immagini fa capire quello che una singola fotografia non è in grado di esprimere”

Le sequenze di Michals non sono racconti compiuti ma eventi misteriosi che stimolano l’osservatore ad ipotizzare risposte, a cercare di completare la rappresentazione trovandone il significato. Una lettura in progressione con la quale l’autore aggira i vincoli temporali in cui è costretto il fotogramma.


Il sistema visivo utilizzato da questo fotografo-artista appare in tutta la sua complessità nelle serie “The fallen angel”, “The human condition” e “The old man kills the minotaur”, per arrivare fino agli estremi di un’opera senza fotografia “A Failed Attempt to Photograph Reality”. Dal 1967 Duane Michals inizia a inserire nelle sue fotografie titoli e testi sempre più dettagliati. Paradossalmente per un fotografo, così facendo, dichiara il fallimento della fotografia e nello stesso tempo l’inadeguatezza della scrittura e della pittura: non esiste quindi per Michals un mezzo espressivo autosufficiente per comunicare.

Il sistema visivo utilizzato da questo fotografo-artista appare in tutta la sua complessità nelle serie “The fallen angel”, “The human condition” e “The old man kills the minotaur”, per arrivare fino agli estremi di un’opera senza fotografia “A Failed Attempt to Photograph Reality”.

giovedì 9 luglio 2015

Un salto nel vuoto - Linda Fregni Nagler

Il più famoso è senza dubbio Richard Prince, ma sono molti gli artisti fotografi e non, che utilizzano e si riappropriano di materiale fotografico esistente. Sfidando leggi sul copyright, sempre più obsolete di fronte alla velocità della rete e della digitalizzazione delle opere d’arte, molti artisti spesso a corto di idee, si incamminano sulla strada della riproduzione/risignificazione. Tra le ricerche più interessanti e concettualmente valide vi è quella di Linda Fregni Nagler. Un lavoro nel segno della riflessione sugli aspetti iconografici e narrativi della fotografia. Nella serie “Pour commander à l’air”, esposta per la prima volta nel 2014 nella mostra dei finalisti del Premio MAXXI, l’artista italiana nata a Stoccolma rifotografa da pagine di quotidiani d’epoca, delle persone nell’atto di cadere. Uomini e donne sospesi, congelati nell’istante incerto di un destino di cui nulla sappiamo. Gesti dall’esito imprevisto, fotografie private della didascalia che solitamente le accompagna sulle pagine dei giornali. Frame misteriosi, ingrandimenti di immagini analogiche spesso imperfette, rese ancora più grossolane dalle tecniche di stampa tipografica. I prezzi delle opere di Linda Fregni Nagler vanno dai 4000 ai 15000 euro. Quotazioni molto lontane da quelle di Richard Prince e che dovrebbero, ancora una volta, far riflettere sulle regole del mercato dell’arte contemporanea.

mercoledì 18 febbraio 2015

La più accessibile delle arti


La fotografia è la più accessibile delle arti, la più democratica. Chiunque può realizzare un'immagine fotografica, anche una scimmia. Prima ancora che oggetto artistico, la fotografia è una pratica sociale. Raramente per esprimere un'emozione o fermare un attimo che vale la pena di strappare alla fluidità del tempo, ci serviamo del disegno o della scrittura. Ancora più raro è l'utilizzo della scultura. Sono mezzi questi che necessitano di capacità manuali e intellettive di gran lunga superiori a quelle impiegate per schiacciare un tasto. Cosa può rendere allora la fotografia un'opera d'arte? Considerazioni di carattere estetico, capacità di trasmettere emozioni ? Se così fosse le opere d'arte fotografiche sarebbero milioni, una percentuale significativa dei miliardi di fotogrammi conservati in forma di sequenza binaria su server sparsi intorno al mondo. La verità è che le fotografie come e più della pittura, della scultura e delle videoinstallazioni, si trasformano in arte solo quando vivono, respirano in un ambiente artistico che le ha accettate e del quale per qualche motivo sono entrate a far parte. Per questo il fotografo che vuole imporsi nel mercato dell'arte contemporanea deve indirizzare i suoi sforzi nel difficile compito di introdursi nel giusto ambiente. I contenuti, la forma della sua arte sono secondari. Emergere nel "mare magnum" della produzione di immagini con aspirazioni artistiche è un'opportunità riservata a pochi, a coloro che nascono in quell'ambiente ristretto popolato da critici, curatori e galleristi o che sono riusciti ad entrarne a far parte, grazie a particolari doti di intelligenza sociale. Per tutti gli altri rimane la platea di internet, i facili "like" raccolti sulla rete o le mostre a pagamento in una delle sempre più numerose gallerie "affittacamere".

giovedì 15 gennaio 2015

Andreas Gursky - La logica irrazionalità di una quotazione

Il 2011 può essere considerato l’anno decisivo per la consacrazione della fotografia nel sistema dell’arte contemporanea. “Rhein II”, un monumentale, quanto anonimo, paesaggio realizzato da Andreas Gursky viene venduto per la cifra sbalorditiva di 4.338.500 dollari.

Analizzare l’ascesa di questo fotografo tedesco, allievo dei coniugi Becher all’Accademia di Belle Arti di Düsseldorf, è illuminante per capire le logiche di un mercato che può sembrare governato esclusivamente dall’irrazionalità.

Il cammino artistico di Gursky inizia nei primi anni ‘90 con diverse mostre in Germania e Svizzera, un posto alla Biennale di Venezia nel 1990, quindi a Londra nel 1995 e nel 1996 alla Biennale di Sydney. A quel tempo, la quotazione delle sue opere si aggirava tra i 2.000 e 3.000 dollari, un’inezia rispetto alla quotazione attuale.

La sua carriera decolla veramente nel 1998, anno in cui vince il premio di fotografia della Private Citibank, nonché anno della sua prima mostra negli Stati Uniti e di una retrospettiva al Museo dell’Accademia di Düsseldorf. In questo stesso anno una sua opera di grande formato supera per la prima volta la soglia dei 10.000 euro. Riproposta recentemente all’asta, la stessa opera è stata venduta per l’equivalente di 44.600 €: in quindici anni il suo prezzo è aumentato del 346%.

Nel 2000, anche grazie alla notizia che il MoMA di New York sta preparando una mostra monografica, un’opera di Gursky sfiora i 300.000 euro all’asta, un livello di prezzo che raddoppierà abbondantemente l’anno della sua consacrazione da parte del museo newyorkese. Nel novembre 2001, Christie’s vende, in occasione di una grande asta, un’opera già esposta al MoMA intitolata  “Paris, Montparnasse”, partendo da una stima pari a 340.000 euro per arrivare ad un prezzo finale di aggiudicazione di 680.400 euro.
Le quotazioni raggiunte dalle opere di Gursky divengono di fatto un indicatore della tendenza del mercato della fotografia.
Da quando nel 2010 è entrato a far parte degli artisti rappresentati della galleria Gagosian, il suo indice di prezzo è aumentato del 72%.

Se si vogliono comprendere i motivi per i quali “Rhein II” ha raggiunto una tale quotazione, non si può non partire dal cammino artistico di Gursky e dalla sua consacrazione da parte di istituzioni prestigiose come il MoMA. Il valore artistico ed economico sembrano andare di pari passo e le quotazioni aumentare nel corso degli anni spinte dalle esposizioni in musei e gallerie di tutto il mondo, che in qualche modo certificano il valore dell’artista. Sembrerebbe, come sostenuto dal filosofo Arthur C. Danto che  “ciò che fa diventare un oggetto un’opera d’arte è esterno all’oggetto stesso.”.
In altre parole l’opera d’arte contemporanea è tale se viene riconosciuta e accolta in un ambito artistico: museo, galleria, critici d’arte, curatori, riviste specializzate.

Diviene allora del tutto sterile interrogarci sulla qualità estetica di “Rhein II”, poco importante porci domande sulla sua anonimità fotografica. Non sono queste le caratteristiche da considerare per giudicare quest’opera fotografica. Dovremmo invece interrogarci sul fatto che gli altri esemplari della stessa edizione sono esposti al MoMA, alla Pinakothek der Moderne di Monaco, alla Tate Modern di Londra e alla Glenstone Collection di Potomac. Sono loro in questo caso a “certificare” il valore artistico del lavoro di Gursky.


venerdì 3 ottobre 2014

Richard Prince 2.0

La riappropriazione e la risignificazione di immagini prese da riviste e pubblicità ha permesso a Richard Prince, negli anni ’90, di entrare nella ristretta cerchia delle star dell'arte contemporanea.
L'icona del cowboy Marlboro che, nel 2005 fece registrare una vendita record  da Christie’s, è divenuta il suo marchio di fabbrica. L'opera fotografica, in realtà una riproduzione di una nota immagine pubblicitaria venne battuta all’asta per oltre un milione di dollari.

Oggi, nell'era dei social e della compulsione fotografica online, Prince non poteva non servirsi di Instagram per le sue appropriazioni 2.0. Qualche mese fa, dopo essere stato espulso dal social e successivamente riammesso, ha riprodotto delle immagini condivise da alcuni personaggi famosi, e dopo aver inserito dei commenti, ha caricato queste immagini sul suo profilo. Naturalmente l'operazione "concettuale" non si è fermata qui e Prince ha fatto stampare in grande formato queste nuove opere, successivamente presentate e vendute alla Gagosian Gallery di New York con la solita coda di polemiche e dubbi sulla effettiva proprietà dei diritti di queste fotografie. Di sicuro alla coppia Gagosian/Prince non difetta la furbizia e la capacità di generare interesse e soprattutto nuovi business.

martedì 13 maggio 2014

Il piacere di guardare - Nan Goldin

Era il 2002 quando, a New York,  Christie’s  aggiudicò per 314.000 euro una raccolta di 149 cibachrome  realizzate da Nan Goldin. Il suo record d’asta ad oggi rimasto imbattuto. Fino al 24 maggio è possibile ammirare le opere della sua ultima serie “Scopophilia”  alla galleria Gagosian di Roma. Una selezione di fotografie che affiancano riproduzioni di quadri esposti al Louvre e immagini da lei realizzate. Un viaggio nel mondo di Nan Goldin, del suo modo di narrare i piccoli e grandi eventi della vita. Un viaggio nel piacere di guardare, nella scopophilia appunto. La serie è stata ideata nel 2010 nel corso di una serie di visite al museo parigino. Otto mesi durante i quali ogni martedì, quando le sale erano chiuse al pubblico, la Goldin ha potuto scattare migliaia di foto ai capolavori esposti. Immagini  che poi ha utilizzato insieme a quelle provenienti dal  suo archivio. Sofferenza, amore, morte, erotismo sono anche in questo caso i temi che emergono dalla visione delle sue opere. 

venerdì 14 marzo 2014

L'inconsueto familiare di Sandy Skoglund

Giorni, settimane, mesi  per realizzare una singola immagine. Le opere fotografiche di Sandy Skoglund mettono in scena un universo di fantasia che sembra ribadire, ancora una volta, come la fotografia possa regalare un mondo agli antipodi dalla realtà. Uno specchio che rimanda, più che alla riproduzione del reale, ad una rappresentazione che trova dimora e origine nella personale visione dell’artista. Una fotografia che, lungi dall’essere un semplice ”indice” di ciò che è stato, come ipotizzato da Pierce, ci mostra una finzione, una delle infinite attualizzazioni di un’idea. L’artista statunitense sembra volerci
prendere per mano ed invitarci nel suo mondo surreale, fatto di simboli ed ambientazioni spesso oniriche. Di colori, forme e monocromatismi stranianti che caratterizzano i suoi tableaux vivants. Fino all’8 giugno è possibile vedere alcune delle sue opere a Verona alla “OOOH! Gallery”. La mostra dal titolo L'inconsueto familiare - Unusually familiar è curata da Valeria Nicolis, con la direzione artistica di Mauro Fiorese.

martedì 21 gennaio 2014

Gallerie, critici, curatori, mercato.

Gallerie, critici, curatori, mercato. Questa è l'arte contemporanea, questo è il contesto nel quale deve provare a muoversi chi vuole cercare di imporre la propria visione, il proprio lavoro, la propria ricerca.  E' così in qualsiasi campo artistico e la fotografia non fa eccezione. Un muro spesso insormontabile per chi non trova la strada giusta per fare breccia. Una sorta di selezione naturale spesso basata su criteri imperscrutabili. Un'offerta di arte che supera di gran lunga la domanda. Un mercato che crede solo negli autori già affermati, certificati da un piccolo manipolo di gallerie, critici, curatori. Al margine di questo mondo dorato, un sottobosco di gallerie affittacamere, pennivendoli a pagamento e  aspiranti artisti pronti a pagare pur di avere un quarto d'ora di celebrità. Scagli la prima pietra chi non ha mai pagato per poter esporre le sue opere. Ma nell'era di internet e del consumo bulimico di immagini, ha ancora senso per un autore sconosciuto esporre tra quattro mura? Ha senso investire tempo e denaro solo per incontrare qualche amico davanti alle proprie foto magari ben incorniciate? La rete regala una vetrina ben più ampia e forse sarebbe il caso di cercare di utilizzarla al meglio per promuovere i propri lavori. Allestire una mostra costa e molto spesso l'esposizione si trasforma in auto celebrazione, al massimo in tre righe su qualche rivista di settore. Meglio allora potenziare la propria presenza sulla rete e cercare di raggiungere il mercato saltando intermediari di dubbia efficacia. Potrebbe non bastare ma almeno avremo reso la vita più difficile ai molti personaggi  che si aggirano ai margini dell’arte contemporanea. Figure, poco professionali, che vivono spacciando illusioni e gonfiando l’ego dei forse troppi aspiranti artisti affamati di spazio.

lunedì 25 novembre 2013

Imperial pomp - le città di Frank Herfort

A cavallo tra reportage e ricerca artistica, la serie “Imperial pomp” del fotografo tedesco Frank Herfort, stupisce per il suo rigore formale e la sua capacità di trasportarci tra le strade e gli improbabili edifici moderni delle lontane provincie dell’ex impero sovietico. In molte delle immagini appaiono evidenti le influenze che, devono avere avuto sulla sua formazione,  i più conosciuti rappresentanti della scuola di Dusseldorf.  In Herfort  però, convive un’anima più attenta a documentare la realtà. Il suo non è lo sguardo distaccato di chi è conscio di costruire significati e significanti pronti per la prossima mostra o per  il prossimo record d’asta. C’è in questo fotografo una freschezza di  visione che forse non cogliamo più nei vari Struth, Gursky e Ruff. Il suo essere in qualche modo un reporter in paesi lontani, lo spinge in prima battuta, a cercare di capire una realtà così distante. Riesce a metterlo in comunicazione con ciò che ha di fronte. Se è vero , come affermato da Wim Wenders, che  la macchina fotografica riprende in entrambe le direzioni, in avanti e indietro, restituendoci  nell’immagine che stiamo osservando, anche e soprattutto la sensibilità dell’autore, allora nelle fotografie di Herfort inevitabilmente possiamo cogliere un’attenzione verso le storie oltre che per  le forme. Le foto della serie “Imperial pomp” sono raccolte in un curatissimo libro che è possibile acquistare online (http://www.frankherfort.de/ ).

lunedì 4 novembre 2013

Thomas Ruff da Lia Rumma

Uscito dalla famosa scuola di Düsseldorf di Bernd e Hilla Becher, Thomas Ruff è riuscito, più di altri discepoli della coppia, a sviluppare un discorso artistico originale e allo stesso tempo estremamente contemporaneo.  Una ricerca seriale condotta su vari fronti e tematiche tutte accomunate dall'utilizzo della fotografia come strumento analitico e documentario.  Legato alla galleria Lia Rumma  fin dal 1991, è tornato in questi giorni ad esporre nello spazio milanese. Sono presentate le sue ricerche più recenti  volte a mettere in evidenza i limiti e la complessità della visione. Scatti realizzati dallo spazio (Sterne), riproduzioni di curve matematiche generate con programmi di modellazione (Zycles), particolari ingranditi del pianeta marte prelevati  dal sito della NASA (Ma.r.s.) e i celebri Jpeg . Sarà possibile visitare la mostra fino al 16 novembre.  I prezzi delle opere di Ruff sono estremamente variabili. Nella recente asta del mese di ottobre da  Phillips De Pury, l’opera Substrate 21 (2002-03) è stata aggiudicata per 12.500 dollari. Si tratta di una fotografia di dimensioni 88x64 cm. tirata in 45 esemplari. 

martedì 22 ottobre 2013

Invadendo i territori dell'arte

“Invadendo i territori dell’arte, quest’industria è divenuta la più mortale nemica dell’arte…” questo il giudizio di Baudelaire sulla fotografia, percepita come una vera e propria minaccia. Più di  150 anni sono passati dall’affermazione del poeta francese, nel corso dei quali i rapporti tra l’arte ufficiale e la fotografia sono stati spesso controversi. Da qualche tempo però, specialmente fuori dai nostri confini, si è assistito alla rivincita dell’immagine  fotografica, che è riuscita a ritagliarsi uno spazio di tutto rispetto all’interno dell’arte contemporanea. Le quotazioni di alcune opere fotografiche nelle aste internazionali testimoniano questa evoluzione. Dalla prossima edizione,  Bologna ArteFiera, al pari di altre fiere internazionali, dedicherà uno spazio alla fotografia,  grazie alla collaborazione con MIA Fair, la prima e più importante fiera d’arte dedicata alla fotografia e al video in Italia, ideata e diretta da Fabio Castelli.  “La nascita di questa collaborazione tra due delle realtà fieristiche più apprezzate a livello italiano conferma il ruolo sempre più importante che riveste oggi la fotografia come linguaggio d’arte contemporanea. Con la prossima edizione, ArteFiera dedica quindi un riconoscimento a questo mezzo espressivo artistico con una nuova sezione specifica”, così chiarisce Duccio Campagnoli Presidente di Bologna Fiere. Un successo personale anche di Fabio Castelli che con la sua MIA Fair ha contribuito, in pochi anni,  allo sviluppo del mercato della fotografia anche in Italia, con buona pace di Baudelaire e dei tanti detrattori dell’arte fotografica.

sabato 5 ottobre 2013

Mikhail Baryshnikov - La banalità della danza

Alzi la mano chi, fotografo, non si è mai cimentato con la tecnica del“mosso”. Una scorciatoia spesso praticata alla ricerca di una facile “artisticità”. A volte un espediente perfettamente in linea con il concetto che si vuole esprimere.  Il fotodinamismo futurista di Bragaglia è una citazione quasi necessaria. Negli anni l’uso e l’abuso di questo effetto è rimasto ben documentato negli archivi e nei cassetti di tanti fotoamatori, ma anche di tanti fotografi con maggiori velleità artistiche. Uno dei campi di applicazione più battuti è quello della danza.  Una palestra per tanti adepti dell’arte fotografica. Scie luminose contrapposte al buio del teatro, colori sfumati e forme astratte dipinte dalla luce.  Tranne rare eccezioni, un vero orrore per gli occhi. “Dance this way” è il titolo dell’ennesima mostra fotografica sulla danza e sul movimento. La particolarità è che le immagini sono state realizzate dal famosissimo ex ballerino Mikhail Baryshnikov. Basta questo per rendere questi scatti meno noiosi e scontati della altre centinaia di migliaia già visti? Se l’autore delle foto non fosse stato l’ex stella del Bolshoi,  la Galleria Contini di Venezia gli avrebbe ugualmente dato spazio ? Vendere delle opere realizzate da un personaggio famoso in tutto il mondo è senza dubbio più facile che cercare di proporre il lavoro di qualche artista emergente o sconosciuto. Ma è questo che ci aspettiamo facciano le gallerie, gli addetti ai lavori ? Se la funzione del sistema arte contemporanea è solo questa, consiglio di regalare ad attori, calciatori e veline una macchina fotografica o dei  pennelli e una tavolozza. Potrebbe essere una buona mossa in vista della  prossima mostra e delle prossime vendite a collezionisti sprovveduti.

domenica 8 settembre 2013

Miles Aldridge - arte o marketing ?

Sempre più spesso il confine tra fotografia commerciale e arte contemporanea viene superato. Fotografi che si occupano ad alto livello di pubblicità e moda vengono accolti in gallerie e musei e si guadagnano un posto di primo piano nel mondo della cosiddetta fotografia d’arte. Un abile riposizionamento frutto di un’attenta strategia di marketing o l’inevitabile risultato della spettacolarizzazione dell’arte ?  La risposta non è così scontata e richiederebbe un approfondimento sulle singole figure artistiche oggetto di questa evoluzione. Il fotografo di moda diviene sempre più spesso una star da museo. E’ il caso ad esempio del fotografo britannico Miles Aldridge che irrompe, con le sue immagini patinate e ipercolorate  alla National Gallery di Londra. Un fotografo  eccentrico, autore tra l’altro, delle immagini del calendario Lavazza 2010. Collabora stabilmente con le più note riviste di moda e ha lavorato per famosi  stilisti fra cui Armani, Lagerfeld  e Yves Saint Laurent. Il suo stile pop e trasgressivo è protagonista della mostra “I only want you to love me” che è possibile visitare fino al 29 settembre a Londra, alla Somerset  House.  



mercoledì 21 agosto 2013

Le scritture di Shirin Neshat


Nelle opere fotografiche di Shirin Neshat appaiono spesso frasi in lingua farsi. Sovrascritture su volti e  corpi di donne che chiamano in causa il complesso rapporto con l’islam, il sacro, la realtà e la magia. Leone d’Oro alla Biennale del 1999, l’artista iraniana, è ormai entrata a pieno diritto tra gli autori contemporanei  consacrati in musei e case d’aste. Un percorso per certi versi parallelo tra valorizzazione del percorso artistico e successo commerciale. Se per lavori di piccole formato è sufficiente un investimento relativamente contenuto, compreso tra i 30 e i 50 mila euro, diverso è il 
discorso per le opere di grande formato. Il record d’asta, stabilito da Christie’s Dubai per l’opera “Whispers” realizzata nel 1997, è di 171 mila euro.  Oltre ad utilizzare il mezzo fotografico, Shirin Neshat realizza video e nel 2009, con il suo primo lungometraggio “Donne senza uomini” ha vinto il Leone d’Argento al Festival di Venezia.

giovedì 18 luglio 2013

Amazon: libri, scarpe, pentole a pressione e arte

All’inizio furono i libri, seguiti da ogni altro genere di merce. Ora Amazon ha deciso di entrare anche nel mercato dell’arte. Il gigante dell’ecommerce sembra stia contattando alcune gallerie interessate a collaborare per lo sviluppo di questo nuovo marketplace online. Una nuova piattaforma messa a disposizione dal team di Jeff Bezos per sbarcare in questo ulteriore segmento di mercato. Il modello di business dovrebbe prevedere la sola vendita a prezzo fisso. Non è prevista la modalità asta online che da qualche mese viene invece utilizzata da Christie's.  Un’operazione, quella messa in campo da Amazon, delicata e non priva di incognite. Acquistare un’opera d’arte, una fotografia o un quadro, senza averla vista di persona, sembra essere ancora un problema per molti collezionisti e appassionati di arte. In Italia, anche se l’iniziativa è passata quasi inosservata, Mondadori ha iniziato a proporre delle fotografie fineart attraverso il suo sito http://www.inmondadori.it/regali/foto-artistiche/  .  Le foto degli autori  sono vendute in tiratura aperta, stampate su carta Canson Infinity e certificate secondo la norma ISO 9706. Per il momento sono proposte solo alcune opere di Angelo Cozzi, Mario De Biasi e Giorgio Lotti.

lunedì 8 luglio 2013

Visioni omologate

“Uniformazione, riduzione a un determinato modello, con appiattimento delle differenze e delle peculiarità prima esistenti”. Questa è la definizione che si
può trovare su un comune vocabolario per il termine omologazione. Ed è proprio questo quello che emerge osservando le opere fotografiche della mostra “THE SUMMER SHOW 2013 Commencement” che conclude la stagione espositiva della Fondazione Fotografia di Modena. Vengono esposte, fino al 14 luglio, le opere degli studenti del master biennale in fotografia contemporanea.  Osservando queste immagini si ha quasi l’impressione che l’unica aspirazione di questi “fotografi contemporanei” sia l’omologarsi alla contemporaneità, a ciò che il mercato del contemporaneo esige, generando l’ennesimo sovraffollamento di immagini stereotipate. Imitare la tendenza, fotocopiare autori affermati. D’accordo, tutto è già stato fatto, tutto è stato visto, possiamo solo apportare delle variazioni sul tema, ma annullare la propria personalità,la propria sensibilità, con fare scientifico, frequentando un master per ben due anni, mi sembra troppo. Sicuramente il biennio di studio sarà riuscito a trasmettere le informazioni, le conoscenze tecniche e pratiche per presentarsi con il proprio lavoro al cospetto di galleristi distratti ma, almeno vedendo i risultati, non ha raggiunto l’obiettivo di sviluppare una visione personale, originale e in grado di generare una nuova contemporaneità.
http://www.fondazionefotografia.org/it/exhibition/summer-show-2013/

martedì 18 giugno 2013

Shirin Neshat a Photoespaña

Avete in programma un viaggio in Spagna? Fino al 28 luglio, è possibile visitare Photo España. Quest’anno il festival di fotografia e arti visive, è dedicato al corpo umano e alle sue rappresentazioni. 328 artisti di 42 nazioni espongono le loro opere a Madrid, Cuenca,  Alcalá de Henares,  Alcobendas,  Lanzarote e  Zaragoza. Fuori dai confini iberici, il festival estende le sue mostre anche a Parigi, Berlino e Praga. Nella sezione ufficiale, particolarmente interessante, l’esposizione dell’artista iraniana Shirin Neshat allo spazio Fondazione Telefonica di Madrid. Sono opere quelle di Shirin Neshat nelle quali il corpo riveste una particolare importanza e che rivolgono l’attenzione alla condizione delle donne musulmane. Mani e volti di donne ricoperti di scritte,  di citazioni in farsi da poetesse come Forough Farokhzad e Tahereh Saffarzadeh. Il codice della scrittura si fonde, nelle immagini di Neshat, con quello visivo,  quasi a generare un inedito linguaggio composito. Dal 1974 Shirin Neshat vive e lavora negli Stati Uniti. Nel marzo scorso, una sua stampa del 1999 ai Sali d’argento di 25x33 cm. è stata battuta all’asta da Phillips a Londra per 16.300 euro.

martedì 4 giugno 2013

Gli incubi di Joel Peter Witkin

Si racconta che Joel Peter Witkin, quando era ancora un ragazzo, abbia assistito ad un evento estremamente drammatico. Un incidente d’auto nel quale rimase decapitata una bambina. Vedendo le sue opere non è difficile capire quanto quell’evento abbia inciso sul suo modo di creare e come non sia mai riuscito ad esorcizzare quei fantasmi. La fotografia come terapia. Un modo per allontanare da sè i suoi peggiori incubi. A Firenze, al Museo Alinari, fino al 23 giugno è possibile entrare nel mondo visionario e surreale di questo artista statunitense. La mostra è sconsigliata, dallo stesso museo, ai minori e alle persone sensibili. I soggetti delle 55 opere esposte, per nulla rassicuranti, sono storpi, mostri, nani e figure deformi. Un viaggio tra visioni del subconscio, spinte erotiche e nichiliste. Un'umanità, quella messa in scena da Witkin, che cerchiamo di rimuovere dalla nostra esperienza quotidiana. Non si tratta di semplice fotografia. Siamo di fronte ad una partitura fatta di segni, di significati e significanti da decifrare. Di continui riferimenti alla storia dell’arte. Le opere sono realizzate senza l’uso del digitale, manipolate per mezzo di collage, graffi, lacerazioni e interventi pittorici. Alla recente asta di aprile, da Phillips De Pury, una sua fotografia, particolarmente raccapricciante, è stata aggiudicata per circa 10 mila euro.  Si tratta di uno still life di una testa di una donna morta  e di una scimmia (face of woman – 2004).

venerdì 24 maggio 2013

I grandi vuoti di Candida Höfer

“Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”.  Così Nanni Moretti si interrogava nel film Ecce Bombo. Di certo l’assenza dell’uomo dalle immagini di Candida Höfer non passa inosservata. Sono luoghi, quelli rappresentati dall’artista tedesca, in genere brulicanti di persone. Fa effetto vederli, nelle foto di grandi dimensioni, nella loro solitudine. Ci possiamo così concentrare sulla loro oggettività, sui dettagli. Seguire le forme e le linee racchiuse nello spazio dell’inquadratura scelto dalla fotografa. Candida Höfer esplora così la bellezza di questi luoghi spesso austeri, resi ancora più monumentali dalla scelta della prospettiva, del punto di vista. Cresciuta nella ormai storica Scuola di Düsseldorf,  insieme a  Struth, Gursky e Ruff,  ha quotazioni di mercato, in un certo senso, ancora accessibili. Con circa 50/60 mila euro è possibile acquistare le opere della sua serie dedicata ai tesori architettonici del nord Italia. I prezzi delle sue fotografie, negli ultimi anni, hanno avuto una crescita costante. Quasi un bene rifugio, per chi guarda all’arte come ad un semplice investimento finanziario. Sicuramente meglio di un titolo di stato.